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QUA(derno)BLOG: appunti personali a fogli staccabili (dal marciapiede fino alla vetta dei grattacieli).




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lunedì, 18 agosto 2008

Il volo. Si lanciano, tre coraggiosi, con i parapendio: cinquecento metri di strapiombo, affidati a tela sintetica, leggerissimi ed esili cavi in ragnatela. Chiedo al più vicino, pronto per partire: “Ma… se mi lanciassi con la mia bicicletta verso il baratro, aprissi le braccia e mi inclinassi nel modo opportuno, lei pensa che riuscirei a volare?”
Lo sconosciuto sorride, guarda l’amico che gli sta dietro e chiede: “Tu che ne pensi? Io non ho mai sentito niente del genere!”
“No”, risponde quello, “mai sentito!”
“E tu?” chiede all’amico più lontano.
“No, niente del genere alla scuola di volo libero con il parapendio. Forse ne parleranno al prossimo corso”.
Sono deluso.

by angelocesare | 23:31 | commenti | scrivere |

domenica, 20 luglio 2008

Antipasto. Il cameriere attende l'ordinazione qualche istante, quindi suggerisce: “Posso consigliare?” subito dopo elencando e spiegando una decina di piatti.
Lei lo ascolta ma non mostra di apprezzare. Alla fine chiede: “Niente di più forte?”
“Mi scusi, in che senso più forte?” chiede il cameriere molto incuriosito.
“Sardine, acciughe, sarde, qualcosa del genere”.
La guardo divertito, poi fisso il cameriere per un istante e dico, piano: “Quel genere di cose, ha capito?”
“Certo, certo, abbiamo questo genere di cose, abbiamo tutto. Non è nel menù ma non è un problema. Un attimo, prego” e si allontana rapido.
“Lo hai messo in imbarazzo” le dico sorridendo.
“Non volevo".

by angelocesare | 16:01 | commenti | scrivere |

martedì, 06 maggio 2008

Potere. Il dito frapposto, a breve distanza dagli occhi, tra essi e l'intorno, simula una parvenza di potere superiore con capacità di distruzione: come da bambino creavo costruzioni complicate e assurde, brutte ed elaborate, faticose e insoddisfacenti, per poi travolgerle, polverizzarle, bruciarle, fonderle o spezzarle, così ora abbatto con quel dito enorme ogni irrazionalità, senza timore; usando anzi un altro dito e un altro ancora e tutta la mano, come ad afferrare, oltre che ad abbattere.

by angelocesare | 18:07 | commenti (3) | scrivere |

giovedì, 17 aprile 2008

Fuori stagione. Mi è sempre piaciuto camminare d'inverno per le strade del centro o il lungofiume. Ai tempi dell'università, se la temperatura raggiungeva le adatte gradazioni negative, uscivo senza preavviso, a qualunque ora. Se era molto tardi gli amici mi guardavano rassegnati, tentando senza convinzione di dissuadermi, a parole o a epiteti. Dicevano: "Lasciamolo andare, prima o poi si prenderà qualcosa!" E io andavo, invariabilmente. Qualche volta mi facevano gesti sconsolati dal balcone. Uscivo solo. Subivo senza difese il freddo, da stordirmene. Più faceva freddo più avvertivo che qualcosa di grande poteva succedere; che potevo incontrare qualcuno di importante, tra le volute pigre della nebbia, nello scintillio rallentato dei cristalli di ghiaccio. A volte tornavo deluso e intorpidito, anestetizzato, invidiando gli amici sotto le coperte, desiderando il calore della stanza e la morbidezza del tappeto. O un sogno favorevole.
Tuttavia quando nevicava niente poteva infastidirmi, nessun pensiero interferiva e non c'era spazio per recriminazioni. Non mi interessavano gli amici, né cercavo di tornare presto. Scompariva anche l'ombra di lei, tanto più se i fiocchi erano grossi, frequenti, rumorosi, se era tardi, se era veramente buio. Arrivavo a credere di non poter vedere niente di più bello di quel che mi accadeva intorno.
Le orecchie fredde captavano i 'flap' dei singoli grandi fiocchi. Era una magia: i vecchi lampioni davanti all'università catturavano in fasci gialli di luce incomparabile la discesa morbida della massa bianca; la neve appariva, abbagliava nella luce ferma, discendeva piano, e cadeva, 'flap', 'flap', 'flap' sui fiocchi spessi e già morti nel cerchio chiaro della strada.
Poteva passare una macchina, una bicicletta: in qualche secondo le tracce scure venivano colmate nuovamente da bianca materia. Infine nemmeno auto, o biciclette, o l'ultimo autobus riuscivano a divaricare quel bianco. Era davvero incredibile.
Le scarpe asciutte con la suola di neve pressata, lontano dagli eccessi del sole dei giorni luminosi, dalla gente senza occhi, dagli abbagli della luce troppo vivida. Potevo sedere su panchine soffici e comode, sopra tappeti senza trama. Non importava niente: alzavo la faccia al cielo, a farmi coprire dai fiocchi, a sentirne i leggeri tocchi sulla pelle, sui capelli umidi.
Succedeva solo una volta all'anno, o due. E non tutti gli anni. Ma era un avvenimento atteso, che mi rigenerava. Un avvenimento straordinario, semplice, fragile, che non poteva essere tramutato in acqua sporca e fango.
Ora sta nevicando.

by angelocesare | 19:00 | commenti | scrivere |

giovedì, 10 aprile 2008

Antipasto. Il cameriere attende l'ordinazione qualche istante, quindi suggerisce: “Posso consigliare?” subito dopo elencando e spiegando una decina di piatti.
Lei lo ascolta ma non mostra di apprezzare. Alla fine chiede: “Niente di più forte?”
“Mi scusi, in che senso più forte?” chiede il cameriere molto incuriosito.
“Sardine, acciughe, sarde, qualcosa del genere”.
La guardo divertito, poi fisso il cameriere per un istante e dico, piano: “Quel genere di cose, ha capito?”
“Certo, certo, abbiamo questo genere di cose, abbiamo tutto. Non è nel menù ma non è un problema. Un attimo, prego” e si allontana rapido.
“Lo hai messo in imbarazzo” le dico sorridendo.
“Non volevo
".

by angelocesare | 13:33 | commenti | scrivere |

lunedì, 07 aprile 2008

Cancellare una stanza. C'è troppo disordine, esagerato e senza tempo. Sarebbe bello poter fare come a scuola, quando la lavagna era troppo usata. Il gesso strideva su sottile poltiglia bianca vanificando la creazione di contrasti visivi o schemi di vita: il maestro mi indicava, ero il più alto e ci arrivavo bene, mi invitava a uscire, un panno umido, un paio di passaggi. Lasciare asciugare. Ricominciare senza ostacoli. Ma cancellare una stanza d'appartamento non è altrettanto facile.

by angelocesare | 18:42 | commenti | scrivere |

domenica, 09 marzo 2008

Via da Venezia. Sirene, frastuono, navi, la corrente della Giudecca, la Dogana, sguardo che si ricompone, rive che si avvicinano, fiori, insegne, mosaici, balconi a ricamo, colonnine ritorte, spirali colorate che si avvinghiano nell'acqua, lanterne senza luce, dorature, branchi di gondole pesanti, vive, lugubri, legate alla riva, sciamanti dai rii, in moto perpetuo, corrose, tarlate dal mare. Il motoscafo procede con lentezza, come richiesto. L'inconscio assorbe gli ultimi particolari nei cambi di direzione obbligati: profumi, odori intensi, sfumature, il contatto tra legno e acque dense, cadenze vocali, cupo rumore di meccanismi, parole cantate piano, aria fredda e umida fin sotto al maglione, sonnolenza priva di dolore, sensazione intensa di comando, di libertà, di potenza, scandita da sciabordii e spruzzi iridescenti, brillanti, luccicanti, respiro libero, assenza di fame e sete, sagome precise e barocche. Finita la tensione. Si torna.

by angelocesare | 20:24 | commenti | scrivere |

giovedì, 28 febbraio 2008

Miscuglio. Stupito, quando riscosso da una fitta o trapassato da un aculeo. Svanire all'indietro in sequenza rallentata, contro un prato muschioso, senza tema d'impatto, occhi sgranati, fissi su un intorno che muta, che scorre, si sfuoca, scompare dal campo visivo e si perde. Lo sguardo guadagna in altezza, in profondità, sorvolando canneti, richiami, biscotti, tazze di cioccolata, macchie d'inchiostro, quaderni sgualciti, tormenti e tormente, fuochi d'artificio, desideri, la Senna, i suoni duri di Stille Nacht, garze e strumenti insanguinati, il cambio a quattordici rapporti, solchi straziati dei dischi, foglie morte, cristalli di neve senza storia, briciole di muro sciolte nella laguna, mille addobbi di mille città dalle mille luci. E cadendo respirare, esporsi, consegnarsi, avvertire frullare il piacere nello stomaco, nel petto, negli occhi, felice, appagato, fino al contatto, steso, aderente al suolo, abbandonato.

by angelocesare | 22:49 | commenti | scrivere |

sabato, 23 febbraio 2008

Alla fine del lavoro. Dall'alto, da dietro la finestra, attraverso i riflessi, ho una visione privilegiata della piccola drogheria. In vetrina merci ordinate e colorate, curiose, piccoli dolci, caramelle, bastoncini di zucchero, liquori, liquirizie, bon-bon, marmellate, canditi, mandorle, misteriosi involti, miscugli di pastiglie colorate, spezie, cioccolati e quant'altro si possa desiderare a propria consolazione. Non serve altro. Posso affrontare il freddo e la nebbia. Pronto a ricominciare

by angelocesare | 17:16 | commenti (1) | scrivere |

lunedì, 11 febbraio 2008

Dopo la caduta. La neve scende copiosa e benevola, frusciando. Posso prepararmi all'ultimo sforzo, ormai quasi nell'oscurità: intravedo fioche luci dietro i vetri della casa, in fondo, tra gli abeti. Un passo dopo l'altro, con decisione, un respiro dopo l'altro, un ticchettio dopo l'altro, un rintocco dopo l'altro, una pulsazione dopo l'altra, un cristallo dopo l'altro, uno sguardo dopo l'altro, un battito di ciglia dopo l'altro, un pensiero dopo l'altro, un ricordo dopo l'altro, un rimpianto dopo l'altro, un sogno dopo l'altro. Le mani provano piacere al contatto con l'aria gelata: la chiave nella toppa, il rumore duro del meccanismo ben oliato, lo scatto, il calore della luce e dell'aria, gli indumenti sopra la sedia, fino a rimanere, ansimante, disteso sulla morbida coperta del letto, e subito dopo sotto le coltri, affondato nel cuscino profumato di rose, indifeso contro il sonno pesante che s'impossessa delle membra.

by angelocesare | 17:55 | commenti (2) | scrivere |

lunedì, 28 gennaio 2008

Un libro in ostaggio. Durante lo scambio dei numeri di cellulare, con una giornalista molto simpatica conosciuta in un viaggio aereo, lei scrive il suo su di un minuscolo post-it e io scrivo il mio sulla copertina interna di un libro che le porgo con gesto studiato, dicendo: "Il libro te lo lascio in ostaggio"
"Ostaggio? E di cosa?" mi chiede lei, stupita.
"Beh... del tuo numero di telefono, naturalmente. Nel caso io non ne facessi buon uso", le rispondo.
Lei ripete la mia ultima frase, ironica: "Un libro in ostaggio del mio numero di telefono?... ma che storia è questa?"
"Ostaggio nel senso che se tu rivuoi il tuo e io non lo rendo... tu non mi rendi il mio!" le spiego.
"Che ricatto disumano!" esclama lei ridendo di gusto.
"Non si fa così di solito?" chiedo sottovoce.
"Mah.... libri in ostaggio.... ma dove le senti queste? Incredibile!" dice lei guardando l'orologio.
"Le improvviso... mica le sento!" concludo.

by angelocesare | 14:00 | commenti (1) | scrivere |

lunedì, 21 gennaio 2008

Prove di musica. Prove quotidiane, preponderanti, in testa alla lista delle occupazioni e degli impegni. Ci si affanna, ci si alza, ci si siede, si gesticola, si sistemano gli equilibri delle fonti sonore, si modificano i timbri, si avviano gli effetti speciali, si elaborano i bagliori e le sfumature di luce, come mille anni prima, si amalgama, si rimescola, si deforma, si moltiplica, si registra, si proiettano inconsciamente contro il grande murale dello sfondo centinaia di sagome della propria figura in varie proporzioni e molteplici atteggiamenti, fino alla miscela perfetta, non migliorabile, sintetica, che spinge ad appoggiare chitarre e bacchette, a distendersi sul divano, la nuca contro le proprie mani intrecciate, posseduti dal piacere della decontrazione muscolare, dalla stimolazione positiva e crescente di una magica mistura di odori e profumi di legni, materiali sintetici, muffe, intonaci, cera, candele, respiri, polvere, panini, spremute, fiori secchi, vino, ozono, traspirazioni, fumo e quant'altro.

by angelocesare | 22:30 | commenti | scrivere |


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